Che cos’è un nome? (parte 1)
Verso l’inizio della sceneggiatura di L’Ancora di Salvezza, Pacinotti dice a ‘C’: <<Che cos’è un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe lo stesso profumo>>.
Volevamo scrivere un film sull’identità. Sul modo in cui proviamo abiti diversi prima di trovare uno stile che sentiamo davvero nostro. In realtà, sappiamo che un’identità non è mai veramente fissa, ma c’è qualcosa di interessante che avviene negli anni che vanno, forse, dai 15 anni ai 25 anni, e forse ormai anche oltre ai 25…
Avevo deciso che uno dei personaggi principali si sarebbe chiamato ‘C’. Ho spiegato qui il perché: www.pocafavilla.com/hinterland/leco-di-c. E poi, un giorno, quasi tre anni fa, l’idea di ‘C’ ha preso una direzione nuova. È successo durante una lezione del master all’UCL. Penso che fosse una lezione su Men on Horseback, in cui parlavamo di uomini diversi e del modo in cui usavano il loro carisma per essere leader. Napoleone? Garibaldi? Mussolini? Non mi ricordo bene. Ma mi ricordo la professoressa che faceva l’appello.
C’era una studentessa che si chiamava Kelci. Era inglese, quindi il suo nome si pronunciava “Kel-si”, all’inglese. Ma la professoressa era italiana. E quindi ha letto “Kel-ci”, all’italiana. Che gioia! Noi studenti dell’italiano l’abbiamo adorato, quell’errore. Da allora in poi, per noi, Kelci si pronunciava così. Aveva acquisito, suo malgrado, una nuova identità italiana.
Parlando con molte persone che conoscono altre lingue, mi ha colpito scoprire quanto sia comune sentirsi una persona un po’ diversa in un’altra lingua. Ma forse succede a tutti, anche senza cambiare lingua. Siamo persone leggermente diverse con i nostri genitori, con gli amici, al lavoro, quando siamo innamorati. Forse è proprio questa l’identità: non una versione definitiva di noi stessi, ma tutte queste versioni insieme. E dare nomi diversi a queste versioni è un modo per trasformare un’idea in qualcosa di concreto.
Nel mio caso, queste versioni hanno avuto nomi anche molto diversi tra loro. Sono nato Jonathan, ma per la mia famiglia ero Johan. A scuola e all’università ero Johny. Al lavoro sono diventato Jim. E solo negli ultimi sette o otto anni sono tornato ad essere Jonathan.
Forse tornare a essere Jonathan è stato anche un modo per ancorarmi un po’ di più a me stesso. E forse, proprio da quella base più sicura, mi sono sentito più libero di esplorare altre parti di me. Più o meno nello stesso periodo ho iniziato a imparare l’italiano. Credo che il me italiano sia un po’ più creativo, o almeno più disposto a correre qualche rischio e a creare. Ma non è un’altra persona. È un’altra parte di me.
Per il personaggio di ‘C’, invece, farsi chiamare in modi diversi è rischioso. Rifiutando il suo vero nome, Catherine, si identifica semplicemente con una lettera. Ma la stessa lettera si traduce in suoni diversi a seconda di dove si trova. I suoi amici inglesi la chiamano ‘C’, cioè “Si”, all’inglese. Mentre in Italia diventa ‘Ci’. Sono quei brevi suoni a diventare le etichette delle diverse versioni di se stessa che ostinatamente continua a provare, senza capire cosa le unisca e trasformandole in maschere mutevoli e instabili.
Forse è questo, per me, diventare adulti. E non credo che abbia molto a che fare con l’età. Non significa smettere di cambiare, di provare cose nuove, di indossare vestiti diversi. Significa conoscere abbastanza bene la persona che sta cambiando. Altrimenti è difficile sapere se stiamo scoprendo qualcosa di nuovo in noi stessi o se stiamo cercando di scappare da quello che siamo.
Shakespeare aveva ragione. La rosa, anche con un altro nome, conserva lo stesso profumo. Forse ci vuole solo un po’ di tempo per riconoscerlo.